Innovazione - Allo sportello bussano i Big Data - Alessandro Binello
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Innovazione – Allo sportello bussano i Big Data

La rivoluzione digitale sta trasformando il business. E così le banche corrono ai ripari allevando startup finanziarie (e non solo). L’Innovation center di Intesa.

Quattro. Come il multiplo delle aziende tech . Per capire che cosa significa investire in innovazione conviene partire da qui: ogni lavoro digitale ne crea almeno altri quattro. Gli esperti lo chiamano ecosistema. L’esempio più calzante può essere ciò che ha significato per Stoccolma una startup come Spotify, ora un colosso dello streaming musicale. L’azienda ha nella capitale svedese oltre mille dipendenti. Conta di raddoppiare il numero entro cinque anni trasformandosi nel primo (e finora unico) gigante tecnologico della Vecchia Europa. A testimonianza della tesi un buon caleidoscopio può essere il ministero degli Esteri. L’anno scorso circa 2.500 programmatori indiani hanno chiesto il visto per trasferirsi in Svezia dove gli investimenti tech sono sovvenzionati con una straordinaria fiscalità di vantaggio.

«Tecnofinanza»
L’esito complessivo converte Stoccolma nella quinta città al mondo per numero di «unicorni», le società che raggiungono in poco tempo un valore di mercato superiore al miliardo di euro. Come Klarna, una startup svedese attiva nei pagamenti online che già ora vale due miliardi di dollari e sta attraendo capitale anche dagli Stati Uniti ponendosi in cima tra le realtà più promettenti in ambito fintech . Ecco, la tecnofinanza.

In poco più di cinque anni la fornitura di servizi e prodotti finanziari attraverso le più avanzate tecnologie dell’informazione è esplosa nel comparto bancario. Si è sovrapposta agli ingenti investimenti degli istituti nella digitalizzazione dei processi. Anche in termini di risparmi nel rapporto con la clientela (vedi la smaterializzazione cartacea dei documenti dettata dall’ home banking ) e di riduzione del costo del lavoro. Ad un recente seminario organizzato dal forum Ambrosetti a Cernobbio è stata etichettata alla stregua di una rivoluzione. Gli investimenti in information technology si stanno orientando nei Big Data , che permettono un’analisi qualitativa della clientela. Orientando le strategie commerciali degli istituti nei confronti dei correntisti, a seconda degli acquisti e dei versamenti effettuati attraverso le aree online delle banche.

Rileva Maurizio Montagnese, chief innovation officer di Intesa Sanpaolo (ora a diretto riporto del consigliere delegato Carlo Messina) che «gli investimenti in fintech stanno diventando dirompenti». Montagnese è al timone di una task force di 100 persone con grandi competenze nell’innovazione di processo. Con un lavoro di selezione di talenti ed idee imprenditoriali. Sia internamente (è il caso di un’ingegnere delle telecomunicazioni promossa a Torino da Intesa nel dipartimento innovazione da una filiale del Sud Italia dove lavorava allo sportello).
Sia esternamente, con la volontà di investire in startup ad alto potenziale: «Abbiamo appena lanciato una nuova società di venture capital con una dotazione compresa tra i 30 e i 100 milioni di euro. Abbiamo avviato un nuovo fondo da 120 milioni di euro di raccolta con la collaborazione di una società di gestione del risparmio come Quadrivio. E stiamo aprendo a Londra, Tel Aviv, Hong Kong e Tokyo dei centri per l’innovazione in altrettante piazze finanziarie», spiega Montagnese.

Interessante l’alleanza in Israele tra Ca’ de Sass e The Floor , un incubatore di startup in ambito fintech che propone di convertirsi in un punto di riferimento per uno dei mercati più promettenti in termini di innovazione. L’accordo è stato firmato in collaborazione con Royal Bank of Scotland, Hsbc e Santander oltre a due partner tecnologici come Intel e Thomson Reuters e prevede anche la realizzazione di un centro di ricerca e spazi di co-working . Il gruppo ha messo sul piatto complessivamente 200 milioni di euro sull’innovazione tout court . A caccia di progetti sul mercato. Con particolare attenzione alla meccatronica e il biomedicale. Ma anche sull’assistenza alla persona, dove i margini di sviluppo sono interessanti anche per i rendimenti promessi agli investitori. Anche Unicredit ha lanciato un acceleratore per sostenere quattro società in ambito fintech : Quanteye, Quokky, Social Bullguard e Wallet Saver. Spaziano dall’ asset management all’assistenza alla clientela.

L’ecosistema
D’altronde l’ecosistema digitale, nonostante qualche riforma spot e qualche illuminato bando del ministero dello Sviluppo (Smart&Start), è ancora gli albori. I fondi di venture capital sono pochi, pochissimi. I venture capitalist , specializzati in investimenti in capitale di rischio, ancor meno. Quattro, al massimo cinque. Uno di loro, Andrea Di Camillo (che ha lanciato Yoox e Venere) sostiene che bisognerebbe lavorare su un sistema di regole che non accomuni cose infinitamente diverse. l venture capital non hanno la stessa logica del private equity , che entra nel capitale di una società per garantire un rendimento ai suoi investitori e poi ne esce dopo 3-5 anni.

Diversificazione
Il venture capitalist scommette invece su idee innovative, frammenta gli investimenti in decine di startup finanziandole nella prima fase con qualche milione di euro. Poi punta convintamente su un paio di realtà se il modello di business si mostra funzionante. Gli investitori istituzionali (le casse previdenziali, le fondazioni, le assicurazioni) al momento si tengono ben alla larga. Nelle loro strategie preferiscono affidarsi alle società di gestione del risparmio che diversificano il rischio comprando – oltre che titoli di Stato, finanziando il nostro debito – sull’azionario tech . Cioè, comprando i colossi Usa come Google, Facebook, Apple, Twitter che anni fa erano solo startup e ora sono i big di Internet. Un paradosso. Perché così il lavoro fugge altrove. In un’economia globale e globalizzata la mobilità imprenditoriale travalica i confini nazionali. Premiando i pionieri dell’innovazione: San Francisco, Londra. Appunto Stoccolma.

Fonte: Corriere.it

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