Niente alternative

Chi sono i nuovi punti di riferimento dell’industria della moda? ANNA DELLO RUSSO non ha dubbi: i figli di Virgil Abloh e della rivoluzione digitale

Quello che ha subito la moda è stato come un violento incidente stradale. Il sistema viaggiava già troppo veloce, la pandemia ha solo accelerato ulteriormente: lo scontro è stato dirompente». Una metafora drammatica solo all’apparenza, quella usata da Anna Dello Russo, arguta sacerdotessa dell’industria della moda, per descrive il fashion system nell’era del Covid-19. «Chi è riuscito a scavallare tutto ciò è già, automaticamente e a buon diritto, protagonista del nuovo establishment».

Una visione distruttiva.

«Anzi: è un processo evolutivo, e quindi costruttivo. Il panorama attuale non è un sistema alternativo; è l’unico possibile per garantire la sopravvivenza stessa della moda».

E qual è il panorama?

«La svolta è stata il digitale. Il seme del nuovo forse era già sotto terra, latente. Ci può forse sorprendere quanto sia germogliato in fretta: è un bambino prodigio. Il digitale ha portato con sé un nuovo modo di vivere la moda, di consumarla e comunicarla. Non siamo più nell’epoca del Q telefono con filo e cornetta, col quale si diceva: “Ciao, sono Luca di Perugia”. Oggi su WhatsApp basta un: “dv 6?”».

Il nuovo, dunque, più che nell’estetica sta nel modo di comunicare?

«Non dimentichi che il mezzo condiziona il messaggio, e anche la sua estetica. Lo diceva già Marshall McLuhan».

Hanno dei nomi questi bambini prodigio?

«Sono tutti i figli adottivi di Virgil Abloh, lo stilista di Off-White e del menswear di Vuitton: è lui il vero spartiacque culturale. In Italia c’è Giuliano Calza, di GCDS. Nel suo ufficio stile non trovi tessuti, manichini, cartamodelli. Trovi esperti di computer graphic, cresciuti con i videogames. Hanno fatto una sfilata digitale con modelli avatar, con lo spirito con cui io da bambina vestivo la Barbie».

Altri figli del digitale?

«In Gran Bretagna c’è Harris Reed, in Giappone Ambush… Hanno bruciato qualsiasi tappa, senza fare stage di otto anni per imparare a mettere due spilli».

E in Italia, nessun’altro oltre a GCDS?

«Giorgia Tordini e Gilda Ambrosio di The Attico: promuovono in prima persona la loro collezione con la loro bellezza, ma allo stesso tempo lavorano anche come testimonial per molti altri brand: rivoluzionario! Solo l’assoluta trasparenza del digital permette questo tipo di dinamiche. Ma potrei citare anche la linea di Chiara Ferragni».

C’è ancora spazio anche per giovani «vecchi» sarti, creativi che lavorino come una volta?

«Lo spazio per la creatività c’è, sempre e comunque. Sei un sarto? Bene, ma devi comunicarlo al mondo. Come? Trovati un mezzo, ma che sia giusto ed efficace. Altrimenti, il passato diventa solo una pesantissima zavorra».

Fonte: Vanity Fair