Ti porto il business nello spazio: D-Orbit
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Ti porto il business nello spazio. La nuova Italia che Avanza: D-Orbit

Fonte: Il Corriere della Sera.it

corriere

Il 2013 è stato un anno rilevante per il team di D-Orbit, startup italiana operante da alcuni anni a cavallo tra l’Italia e gli Stati Uniti nel settore aerospaziale. “Gli spazzini dello spazio” come definiti da alcuni, qualche settimana fa hanno fatto parlare di sé non solo oltreoceano, ma anche in Russia, altro polo di eccellenza in questo ambito.

Lo scorso 21 novembre, dalla base aeronautica di Yasny, nella regione dell’Orenburg in Russia, alle ore 7:10 locali, ALICE-2, il “cervello” del dispositivo di decommissioning per satelliti sviluppato da D-Orbit, è stato lanciato dal DNEPR ucraino. Da quella mattina, l’intero team sta monitorando continuamente il progresso dell’operazione, in attesa di poter raccogliere i primi risultati della missione in cui è impiegata ALICE-2.

Quel giorno è stato importantissimo per D-Orbit. Una tappa fondamentale per il futuro di questa startup i cui prodotti assicureranno un accesso allo spazio extraterrestre in modo ecologico e sicuro.

Sarà questo primo lancio il primo di una lunga serie di successi? Ci auguriamo proprio di sì.

Luca Rossettini, fondatore e CEO dell’azienda.

Luca, quando e com’è nata D-Orbit?

Ho ideato il primo concept del dispositivo di rimozione di satelliti nel 2008, cercando di applicare principi di sostenibilità strategica al problema dei detriti nello spazio. Credo sia fondamentale rimuovere le radici del problema e non solo eliminarne i sintomi. Così è nata l’idea di fare in modo che qualsiasi cosa venisse lanciata nello spazio potesse essere rimossa in modo rapido, controllato e sicuro quando cessava la sua vita utile. Nel 2009 ho vinto una borsa di studio Fulbright Best con cui sono approdato in Silicon Valley, dove l’idea è diventata soluzione e quindi prodotto. Lì si è formata la squadra dei fondatori, tutti italiani a spasso per il mondo, e nel 2011 abbiamo costituito l’azienda grazie al supporto di un seed investiment da parte di un fondo venture capital italiano (TTVenture).

In poche parole di cosa vi occupate e quali sono i prodotti che offrite?

D-Orbit produce motori intelligenti da installare sui satelliti prima del lancio e capaci di rimuoverli a fine vita in modo rapido, controllato e sicuro. I nostri dispositivi possono essere usati su tutti i satelliti che verranno lanciati in orbita e anche sugli stadi dei lanciatori. Questi dispositivi oggi rappresentano il primo passo attuabile per risolvere il problema dei detriti spaziali.

Possiamo quindi considerare D-Orbit una tecnologia clean-tech? Cosa vi differenzia dai servizi esistenti sul mercato?

Il concetto di pulizia dello spazio e di sostenibilità strategica applicato al settore spaziale in effetti potrebbe inserirci nel settore cleantech. Anche se tipicamente chi si occupa di cleantech ha un background diverso dal settore spaziale.

Oggi le agenzie spaziali e le più grandi aziende del settore stanno progettando missioni spaziali piuttosto complicate e costose per andare a raggiungere, uno alla volta, i satelliti defunti già in orbita. Oggi non esiste ancora la tecnologia per farlo – siamo ancora a livello sperimentale – ed esistono barriere politiche e legali per poter mettere in atto queste missioni, ma soprattutto, sulla carta, queste missioni prevedono di rimuovere 10 satelliti all’anno: ne lanciamo almeno 100 ogni anno, quindi rimuoverne 10 non è una soluzione sufficiente. Ed è qui che entriamo in gioco noi di D-Orbit.

C’è qualcun altro che ha soluzioni simili?

No, l’unico reale competitor attuale è il sistema propulsivo già a bordo dei satelliti. Ma ancora oggi, nella maggior parte dei casi, questo sistema fallisce nel rimuovere i satelliti a fine vita. Senza considerare che tutto questo dipende da un satellite ormai a fine vita che potrebbe avere difficoltà di funzionamento. Infine, il propellente usato per la manovra di rimozione, potrebbe invece servire per allungare la vita operativa del satellite garantendo ulteriori risparmi di costi…quantificabili in milioni di euro, a due cifre!

Tra i più importanti temi di attualità a livello globale troviamo la sostenibilità ambientale, cosa vi ha spinto a trovare soluzioni per la “sostenibilità spaziale”?

Nel 2005 ho seguito un corso di Leadership Towards Strategic Sustainability, promosso dalla società internazionale no-profit The Natural Step: uno degli insegnamenti che amo ripetere è che bisogna agire sui punti di leva, le aziende commerciali, e mostrare loro come è possibile fare più profitto avendo al contempo un impatto positivo sulla società. E questo è diventato anche la cultura di D-Orbit: sostenibilità in termini di business, rispetto dei bisogni umani e dell’ambiente che ci permette di sopravvivere. Mentre un tempo il rispetto del primo punto non garantiva gli altri due, oggi siamo convinti che siano completamente legati. E lo spazio non è altro che un nuovo ambiente, assieme ad aria, terra e acqua, dove l’uomo si sta muovendo, facendo affari, anche divertendosi. Un altro ambiente dove applicare i principi di sostenibilità strategica, che personalmente chiamo “innovazione strategica”. In definitiva l’applicazione di principi di sostenibilità al settore spazio è un passaggio obbligato per garantire un accesso continuativo e sicuro allo spazio e a quell’immenso mercato che rappresenterà nel prossimo futuro.

Quanto tempo avete impiegato prima di sviluppare un prototipo con le caratteristiche adatte a soddisfare gli obiettivi che vi eravate prefissati?

Come in molte startup, abbiamo proceduto a passi successivi. Nel 2011 abbiamo generato il progetto del dispositivo di base, nel 2012 abbiamo realizzato il primo dimostratore del motore, testato in Germania. Poi siamo passati al prototipo del “cervello” del dispositivo, che abbiamo qualificato secondo gli standard industriali e che da novembre è sopra le nostre teste, pronto per essere validato in orbita. Il prossimo passo è l’adattamento di una piattaforma satellitare che accolga il nostro dispositivo a bordo. Stiamo già però cercando lettere di intenti da parte di operatori satellitari per accelerare la fase di immissione della tecnologia sul mercato.

Cosa puoi dire sul processo che vi ha permesso di lanciare il “cervello orbitale”?

Quello che ancora si sa poco è che abbiamo deciso di anticipare questo lancio a novembre invece che aspettare metà 2014. Purtroppo questo ha portato ad una revisione dei requisiti di interfaccia verso il satellite che ci avrebbe ospitati, costringendoci a modificare pesantemente la nostra configurazione. A partire dal mese di luglio, oltre a relazionarci con numerosi fornitori e subfornitori in regioni italiane diverse, abbiamo contattato fornitori in Germania, Francia, Regno Unito e USA, e sostenuto i test di accreditamento in Italia e Spagna… un periodo folle, in pieno Agosto con la maggior parte dell’Italia sulla spiaggia. ma alla fine ce l’abbiamo fatta!

Parlando di USA, qual è stato il valore aggiunto che vi siete portati a casa da questa esperienza?

Senza l’esperienza della Silicon Valley oggi D-Orbit non esisterebbe. Il primo concetto lì ha subìto una vera trasformazione, è stato smontato e ricomposto diventando un piano industriale interessante anche per venture capital. Negli States siamo tornati anche successivamente: nel 2012, grazie a Mind the Bridge, abbiamo passato un paio di mesi a San Francisco. Da quell’esperienza è nata D-Orbit Inc., l’azienda sussidiaria di quella italiana stabilita in California per il mercato americano. Infine nel 2013 siamo approdati a Boston, grazie alla Building Global Innovators competition che abbiamo vinto: con il MIT stiamo lavorando per una missione che porterà a rimuovere per la prima volta un vero satellite.

Quanti capitali avete raccolto ad oggi? Raccontate brevemente i passaggi del vostro fundraising process.

Pochi. Decisamente pochi per fare quello che abbiamo fatto. Molti però per il panorama italiano. Al momento abbiamo raccolto circa 1 milione di euro e ci apprestiamo ad un nuovo round da circa 7 milioni suddiviso in due tranches, di cui la prima ad inizio 2014.

Avete partecipato a diverse competition, che importanza hanno avuto e che consigli dareste a coloro che devono affacciarsi ai primi concorsi nazionali e/o internazionali?

Le competition ci sono state molto utili per due fattori: visibilità e network. Noi operiamo in un settore molto di nicchia, poco perforato dalle comunicazioni di massa, per lo meno in passato. Grazie ad esse siamo riusciti a creare awareness sul problema dei debris (detriti), attirando l’attenzione delle aziende con cui dobbiamo lavorare.

A chi ha appena creato una startup, il mio consiglio è di provare a partecipare a qualche competizione e non fermarsi a quelle esclusivamente italiane. Molte competition offrono in premio delle buone pacche sulla spalla e basta, ma la voce circola ed il network funziona. Assolutamente da fare, a patto che ci sia qualcosa di solido da raccontare…

Fonte: Il Corriere della Sera
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