Made in Italy Fund verso un polo “luxury sportswear”

Il fondo di private equity, gestito e promosso da Quadrivio & Pambianco, torna a investire nel fashion. Alessandro Binello, AD di Quadrivio e David Pambianco (CEO di Pambianco e Managing Partner di Made in Italy Fund), raccontano come creeranno un gruppo industriale specializzato nella moda.

Avete appena messo a segno una nuova e importante acquisizione, come vi state muovendo?

A.B. La logica di acquisizione di Dondup segue tutte le nostre operazioni precedenti. Le nostre linee di investimento sul fashion riguardano società cosidette ‘rising star’, ovvero aziende che stanno crescendo molto come GCDS o Rosantica, oppure aziende con un heritage importante come nel caso di Dondup e 120% Lino. L’obiettivo è quello di creare un grande gruppo di luxury sportswear che promuova e valorizzi le sinergie attuabili tra l’azienda acquisita e alcune delle realtà già in portafoglio.

Mi parli dell’ultimo investimento, Dondup…

D.P. Dondup ha chiuso il 2020 con un fatturato di oltre 52,6 milioni di euro e un EBITDA di 14,2 milioni di euro con una quota export  prevalentemente europea, pari al 35%. L’acquisizione da parte di Made in Italy Fund intende sostenere ulteriormente lo sviluppo del business, attraverso un piano di espansione internazionale, con focus in Europa e, in un secondo step, nel mercato statunitense. Promuoveremo e rafforzeremo il posizionamento del brand, attraverso una strategia di comunicazione mirata, e tra le leve per lo sviluppo del marchio, c’è anche il potenziamento del canale retail e dell’online.

Come la pandemia ha influito sul comparto del fashion & luxury in termini di operazioni straordinarie e, nello specifico sulle vostre strategie?

A.B. Il settore ha reagito in maniera attiva. In generale si è osservata una grande volontà di fare operazioni di aggregazione in tutti i comparti, soprattutto nel fashion. E tutto ciò è stato accelerato dal processo di digitalizzazione delle aziende. Made In Italy Fund, investito per il 70%, ha alzato il target da 200 a 300 milioni di euro proprio perché c’è una grande necessità di equity nel settore del made in Italy che per noi è sinonimo non solo di fashion, ma anche di design, cosmetica e food&wine. La pandemia ha notevolmente accelerato i processi di investimento perché chi stava crescendo bene ha capito che doveva cogliere le opportunità. Sono state privilegiate le aziende più digitali, quelle legate al luxury sportswear e quelle che allo stesso tempo possono avere uno sviluppo internazionale e retail, perché una volta sparita la pandemia tutto, ci auguriamo, ritornerà alla normalità.

È di poco più di quattro mesi fa l’acquisizione della maggioranza di GCDS, cosa avete implementato al brand dei fratelli Giuliano e Giordano Calza e quali sono gli obiettivi?

D.P. Gli obiettivi su GCDS sono molto ambiziosi. Vogliamo quadruplicare il fatturato nell’arco di 3-4 anni attraverso uno sviluppo internazionale, soprattutto in Asia dove ci aspettiamo di aprire diversi negozi, con partner locali o tramite joint venture, come quella che stiamo definendo in Cina. Allo stesso tempo andremo a sviluppare il canale digitale, per il quale abbiamo appena assunto un head of digital e content manager, e spingeremo verso la più tradizionale strategia di apertura di flagship store. Abbiamo appena inaugurato uno store a Roma, in via del Babuino, con l’obiettivo di far scoprire tutto il mondo di GCDS, che è in continua trasformazione, raggiungendo il consumatore in maniera globale.

Quali strategie avete in mente, invece, per Rosantica, il marchio di borse gioiello e accessori preziosi, che avete rilevato sette mesi fa?

D.P. L’azienda sta andando molto bene, è più conosciuta della dimensione che ha. La strategia su questo brand è prettamente digitale con l’obiettivo di posizionarlo sul segmento lusso con l’apertura di corner nelle città più importanti del mondo perché è appunto un brand internazionale. Lavoreremo per renderlo più digitale e accessibile. La gamma prodotto sarà ampliata, c’è già uno studio per sviluppare prodotti non solo per la sera (in cui il brand è già forte), ma anche per il giorno. Nel team che lavora su questo progetto c’è anche Patrizio Di Marco (Senior Advisor di Made In Italy Fund ndr) che ha sviluppato tra gli altri anche Bottega Veneta). Il suo coinvolgimento è una garanzia per lo sviluppo del marchio.

Come sta andando 120% Lino, azienda che produce abbigliamento in lino e altre fibre naturali, entrata nel vostro portafoglio nel 2018 come prima vostra prima operazione?

A.B. Stiamo parlando di un’azienda leader nel suo settore. La strategia verso 120% Lino sta rispettando gli obiettivi che si era prefissata, ovvero concentrare le aperture negli Stati Uniti. Quindi sono stati aperti negozi, sia sulla East Coast che sulla West Coast, e adesso stiamo iniziando a vedere i primi frutti di questi investimenti. Ovviamente, essendo un marchio basato sul retail, dovremo aspettare il ritorno dei consumatori nei negozi (che peraltro in America è già iniziato). Siamo molto soddisfatti anche del prodotto perché essendo ecologico rispetta appieno il valore della sostenibilità in cui il nostro fondo credo molto.

Quali sono i vostri progetti futuri sul settore fashion? Avete già messo gli occhi su altri settori e marchi in particolare?

D.P. Quella delle calzature è una realtà che ci manca, pertanto stiamo studiando un’operazione nel settore delle sneakers. E rimane sempre vivo il nostro interesse per il mondo digitale. Stiamo guardando a brand che siano ‘rising star’ o a società che possano avere un potenziale internazionale. Entro settembre prevediamo di concludere altre 3 acquisizioni (due nel segmento fashion e una nel settore del vino online).

Che tipo di valore aggiunto un fondo di private equity può apportare a una società operante nel segmento fashion?

A.B. Made in Italy Fund è un fondo tematico in cui la specializzazione è il punto di forza. Siamo un fondo atipico, nato con l’idea di offrire competenze. Nel nostro team ci sono persone che hanno 30-40 anni di esperienza nel settore del fashion. Offriamo sì soldi, ma soprattutto competenze. Il valore aggiunto che la nostra realtà può dare è un po’ diverso da quello di un fondo di private equity non specialistico. Abbiamo un team specialistico, competente un po’ in tutte le aree funzionali, dalla produzione alla ricerca di fornitori, di distributori, di joint venture a livello internazionale. Questo è forse il motivo per il quale abbiamo chiuso molti più deal dei nostri concorrenti in questo periodo, proprio perché veniamo riconosciuti nell’ambito delle PMI italiane come un unicum. Più che operazioni finanziarie facciamo operazioni e progetti industriali. Pensiamo che il futuro del private equity, soprattutto per specifici settori, sia quello di portare soldi ma allo stesso tempo esperienza e lungimiranza nei progetti di crescita.

Fonte: Pambianconews.com