06.06.2026

Moda italiana in crisi: tra Alberta Ferretti, Pinko e Alexander McQueen, il fashion torna a fare i conti con la realtà. E il private equity sta alla finestra

BeBeez
PRESS REVIEW

La corsa alla Cina, i prezzi alle stelle, le collezioni bulimiche: i colossi del lusso fanno marcia indietro e i brand di fascia media restano schiacciati. I fondi sono in stand-by mentre i multipli sono tornati più convenienti rispetto agli ultimi anni e alcuni segnali di ripresa sono un terreno fertile per chi è in cerca di acquisizioni mirate da cui far partire storie di successo

Chi resta in mezzo: il rischio della trappola per i brand né lusso né mass market

Se i leader globali delle passerelle hanno deciso di dedicarsi agli HNWI mandando in crisi anche gli outlet, il tempio dell’affordable luxury, e abbandonando il consumatore medio, come si stanno muovendo i produttori focalizzati su quest’ultimo? “C’è una forte attenzione alla qualità del prodotto da parte del consumatore. E chi non dà qualità soffre. Contemporaneamente il forte aumento dei prezzi verificatosi negli ultimi anni ha indotto in tanti di quei consumatori un’attenzione al prezzo, una price consciousness, che prima non c’era. Tanti brand hanno fino a poco tempo fa cavalcato l’aumento dei prezzi, in alcuni casi arrivando a raddoppiarli nel giro di due anni, ma adesso sono in pochi a potersi permettere dei prezzi per così dire oltraggiosi”, spiega Walter Ricciotti, amministratore delegato di Quadrivio Group, realtà attiva da oltre 25 anni nel private equity, e managing partner di Made in Italy Fund I e II, i veicoli del gruppo che investono nel Lifestyle, nel Fashion, Design e Food & Wine. Il fondo Made in Italy II, lo scorso anno ha acquisito insieme al gruppo Borletti il 100% di Twinset.

Il consumatore è cambiato: sostenibilità, value for money e la fine dei prezzi oltraggiosi.

Prosegue Ricciotti: “Nel frattempo c’è stato anche uno spostamento dall’acquisto di prodotti, tra cui l’abbigliamento, a quello di esperienze o servizi, come una cena in un ristorante costoso, o due giorni in una spa di alto livello, un’occasione di socialità. Tutto questo in presenza di uno stato psicologico, a livello generale, che non incoraggia certo alla spesa in fashion. Quindi l’acquirente è diventato molto più selettivo, e questo sta ampliando il gap tra le aziende migliori e quelle più deboli. Tra le prime ci sono ovviamente i top brands, ma anche quelle che sono in grado di dimostrare al cliente di offrire “value for money”, quindi di saper vendere al giusto prezzo dei capi prodotti bene e dal giusto appeal”.

Nel giusto appeal, che riflette la scala dei valori dell’acquirente, è entrata prepotentemente la sostenibilità. Sottolinea Ricciotti “si stanno diffondendo sempre più le app che consentono di tracciare i componenti utilizzati in un prodotto partendo dal codice a barre. Questo soprattutto nella cosmetica ma la cosa si sta estendendo anche al fashion”.

Il private equity aspetta: multipli convenienti, ma solo per chi sa cosa cercare.

Ma il quadro non è così fosco come appare a prima vista. “Questo certamente non è il momento di vendere. Detto questo, la situazione offre delle opportunità, perché essendo pochi i compratori è possibile acquisire realtà interessanti a multipli convenienti”. aggiunge Ricciotti, che per Made in Italy ha comunque in programma alcune acquisizioni, seppure nel più ampio settore del lifestyle, se non propriamente del fashion.

“Occorre essere iperselettivi” aggiunge Ricciotti. Dove selezione vuol dire analizzare sottosettori, marginalità, capacità di leadership in una nicchia di mercato, situazioni di governance. 

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